museo di triora

SALA DEI PROCESSI

II caso di Triora

Triora affiora nei ricordi di chi per curiosità o per studio ha avuto modo di occuparsi della caccia alle streghe in Italia. E’ luogo che per antonomasia in Italia si è portati ad associare alle notturne creature volanti. II borgo è oggi meta di turisti che giungono per godere della salubrità dell’aria e della bontà dei cibi, ma anche meta di curiosi di racconti gotici. Per un bizzarro caso del destino, la triste vicenda, che secoli fa coinvolse un gruppo di donne in un lungo e drammatico processo per stregoneria diabolica, ha assicurato a Triora una seconda o forse una terza vita. Eppure, nella bellezza della natura antica, tra i vicoli apparecchiati a festa che invitano a perdersi nella umida oscurità, ancora oggi aleggia il monito: “E’ accaduto, davvero”. Nel 1588 a Triora alcune donne furono accusate del peggior crimine allora concepibile, cioè di essere seguaci della eretica setta delle streghe diaboliche. Fu così che Franchetta Borelli e le altre imputate finite sotto i ferri prima dell’lnquisitore e poi del Commissario Giulio Scribani, si scoprirono adoratrici di Satana. Secondo i giudici si erano donate al Diavolo cristiano, con l’anima e con il corpo, in cambio dei suoi poteri malefici. La loro sorte fu per sempre segnata, anche se non furono condannate al rogo.

II lavoro d’archivio ha restituito elementi che consentono di ricostruire uno dei più celebri processi di stregoneria istruiti nel nostro paese. Una vicenda che segnò profondamente i rapporti tra il Santo Uffizio e la Repubblica di Genova e che al contempo sancì in modo definitivo il nuovo orientamento della Chiesa di Roma nei confronti delle “superstizioni” folkloriche e delle loro custodi, le operatrici della magia tradizionale, signore delle erbe, levatrici e guaritrici che a vario titolo continuavano, in special modo tra i ceti subalterni, ad esercitare un preciso ruolo nella tutela e nella salvaguardia della salute delle comunità.

La maggiore prudenza da parte dell’lnquisizione nelle accuse di stregoneria diabolica comportò un mutamento nelle strategie adottate per contrastare le superstizioni, che non furono più combattute ma riassorbite, perlopiù, nell’alveo dell’ortodossia. Ciò permise quella particolare condizione che fu la demonopatia senza caccia, che caratterizzò l’Italia nel periodo delle grandi persecuzioni Cinque-Seicentesche in Europa. Pur mantenendo inalterata l’impalcatura demonologica, le autorità ecclesiastiche andarono sostituendo alle fiamme dei roghi l’acqua santa degli esorcismi.

Testo a cura di Paolo Portone

II caso di stregoneria di Triora si svolse nel 1587-1589

Le procedure furono iniziate dal vicario del vescovo di Albenga, G. del Pozzo, e dal vicario Inquisitoriale. Le prime Indagini portarono all’arresto di donne di Triora. Durante i primi Interrogatori, condotti con l’uso della tortura, morirono Isotta Stella e un’altra carcerata,

L’8 giugno arrivò da Genova iI commissario incaricato dalla Repubblica di risolvere l’affare: Giulio Scribani, le indagini portarono a numerosi arresti e alla confessione di tipici reati originati dalle accuse di stregoneria: filtri malefici, infanticidi, balli notturni diabolici. Dopo aver esteso i processi a borghi vicini, le indagini si stavano estendendo anche ad altri Comuni del Ponente ligure, La Repubblica decise così di far rivedere processi dell’uditore Serafino Petrozzi che smontò le Indagini per mancanza di prove e per essersi estese a questioni spettanti al foro ecclesiastico. Le accusate, sostenne, avrebbero dovuto essere processate dal giudice ecclesiastico e successivamente da quello secolare.

II commissario fu quindi invitato ad attenersi alle procedure e rivedere i processi per i quali aveva chiesto le sentenze, portando prove sufficienti. Seguendo le indicazioni ricevute, Scribani rifece i processi e iI 30 agosto confermò le condanne a morte.

Tale conclusione fu convalidata dal Senato il 13 settembre 1588. Cinque accusate furono inviate a Genova.

Nell’estate del 1588 l’inquisitore dl Genova richiese di intervenire, rivendicando la competenza del foro. II 27 settembre II Doge scrisse al Sant’Uffizio romano, affermando di aver accolto le riserve mosse dall’inquisitore.

La documentazione fu inviata a Roma. A quel punto II cardinale segretario G. A. Santoro, iI 2 dicembre intervenne per fermare i giudici, accusandoli di “Inumanità et crudeltà” per le procedure adottate. Le sentenze finali furono emesse tra il 1588 e il 1589. Si ordinò quindi, in linea di massima, di rifare gli interrogatori e di cercare i corpi del reato.

Alla fine vennero emesse ventuno sentenze. II cadavere dl Isotta Stella venne riesumato e gli fu data degna sepoltura ecclesiastica. L’unico uomo Inquisito, Biagio de Cagne, fu condannato ad abiurare a Triora. Le 19 donne inquisite furono condannate a penitenze salutari (3) e ad abiurare pubblicamente a Triora (7). Invece coloro che non avessero confermato le loro prime confessioni, furono rilasciate (8). Per una imputata si richiese che l’inquisizione genovese istruisse iI processo e lo inviasse a Roma.

Tratto da scritti di Paolo Fontana

II mito del Sabba attraverso i processi per stregoneria

L’analisi dei processi per stregoneria del secolo XVII permette di effettuare comparazioni tra le diverse aree di diffusione dello stereotipo del Sabba in Europa: contro la generale omogeneità delle narrazioni cui danno voce gli imputati, sia che si tratti delle inchieste condotte nel Labourd da Pierre de l’Ancre nel 1609, degli autodafè nei paesi baschi del 1611, della persecuzione vescovile a Bamberga tra il 1609 ed il 1633, delle cacce bavaresi successive alla riconquista cattolica (1623 – 1631), dei processi salisburghesi tra il 1675 ed il 1681 dell’epidemia  di sospetti e accuse nella Svezia luterana (1676), si staccano anche casi particolari, attorno ai quali è utile una riflessione.

Uno di questi è la caccia alle streghe condotta da Matthew Hopkins in East Anglia tra il 1645 ed il 1647: com’è noto, le confessioni delle imputate evidenziano non tanto il ruolo del diavolo, che non viene adorato dalle presunte streghe, ma piuttosto quello dei dèmoni familiari derivanti dalla tradizione popolare (Murray 1921; Di Simplicio 2005, p. 310).

Molto interessante è il caso italiano: l’Italia centromeridionale si distanzia notevolmente, quanto a frequenza e pervasività dello stereotipo sabbatico nei processi, da quella settentrionale (per la quale si ricordino almeno le spietate cacce in Val Camonica e nella diocesi di Como, 1518 – 1521, in Val Mesolcina, 1583 ed a Triora, 1587 – 1590).

Si pensi alle uniche «dieci donne tra le accusate di maleficio, sottoposte dai giudici a pressanti e minacciosi interrogatori, che dichiararono di aver partecipato al sabba» su «varie centinaia di persone, uomini e donne di ogni età, istruzione e condizione sociale […] in un complesso di 234 incartamenti tra denunce e processi», rilevate da Di Simplicio nel suo studio sull’inquisizione senese (2005, p. 301).

A tale proposito va anche sottolineato quanto osserva Paolo Portone a proposito della resistenza da parte del clero a trasformare gli indizi di magia, sortilegi e fattucchieria popolare nel reato di stregoneria diabolica: comportamento, questo della cosiddetta «tolleranza meridionale», da considerare attentamente come caratterizzante un contesto sociale che espresse raramente ed in forma non significativa, nei racconti degl’imputati nei procedimenti per magia, la partecipazione al sabba.

Tratto da scritti di Gian Maria Panizza, Direttore Archivio di Stato di Alessandria

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